Steve McCurry, il mondo a colori.

Calcutta, India..Vrindavan, India..Rajasthan, India..Maimana, Afghanistan

“Per me la fotografia è il racconto di una storia, un’esperienza, vedere e vivere culture e persone diverse, un bisogno di viaggiare e osservare, ecco perché Steve McCurryla mia macchina fotografica è il mio passaporto … Nelle immagini cerco il momento indifeso, l’anima più genuina che si affaccia, esperienza impressa sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che quella persona può essere, una persona colta sopra un paesaggio più ampio, che potremmo chiamare la condizione umana … voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della famigliarità … Ho imparato a essere paziente se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a liberarsi verso di te”.

.Sharbat Gula, PakistanTahoua, NigerHaridwar, IndiaKabul, AfghanistanIndonesiaLhasa, TibetLuzon, PhilippinesRangoon, Myanmar Burma

Steve McCurry nasce nel 1950 a Philadelphia. Si laurea con lode presso il College of Arts and Architecture della Pennsylvania State University ed inizia ad interessarsi di fotografia. Dopo aver lavorato in un giornale per due anni, partì verso l’India per lavorare come fotografo freelance. Da questo momento in poi per Steve McCurry ha inizio una carriera ricca di successi, peregrinazioni e scoperte in India, Tibet, Afghanistan, Iraq, Cambogia, Filippine; per citare Alto Churumazu, Yanesha, Perùsolo alcuni dei luoghi che hanno fatto da sfondo o da soggetto alle sue foto. Nel 1986 diventa membro dell’agenzia Magnum, vince innumerevoli premi tra cui l’illustre “Robert Capa Golden Medal” per il migliore reportage fotografico dall’estero, in questa occasione vestito in abiti tradizionali, attraversa il confine tra Pakistan e Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa. Quando uscì, aveva cucito fra i vestiti rotoli e rotoli di pellicole e le immagini che sarebbero state pubblicate in tutto il mondo erano le prime a mostrare il conflitto. I suoi lavori vengono pubblicati nelle principali riviste del mondo quali “Time”, “Life”, Newsweek,” Geo” e National Geographic, ne è un esempio la foto di Sharbat Gula oggi divenuta un’icona del Jodhpur, Rajasthan, Indiafotografo. Egli è il vincitore di numerosi altri premi, compreso il “Magazine Photographer of the Year”, assegnato dall’Associazione Nazionale del “Photographers Print”, quattro primi premi del “World Press Photo Contest”, e ha vinto due volte  il “Premio Memorial Olivier Rebbot”.
Ci sono fotografi come Ferdinando Scianna che rifiutano l’idea dell’immagine come icona, come simbolo e prediligono lo snodarsi lento del reportage, che diventa racconto, album di vita. Steve McCurry é un po’ il capofila della concezione opposta, il fotografo che in uno scatto riesce a condensare un paese intero, una situazione, un dramma.
Weligama, Sri LankaLo ha fatto nel 1984 con il ritratto della profuga afghana dagli occhi verdi, e lo fa in ogni suo scatto.
Steve McCurry ha scelto di raccontare l’uomo. E lo fa lavorando sulla debolezza e non sulla forza, mostrandoci un’umanità cosciente di questa sua fragilità tanto da farne un punto di dignità.
Il suo è dunque un lavoro sull’accettazione dell’incertezza della vita, con i suoi disagi, le sue fatiche, i suoi dolori, le sue gioie, le sue speranze racchiuse in un orizzonte che talvolta non va oltre il quotidiano. Perché le persone che racconta appartengono a quella parte del mondo che non partecipa al banchetto dei grandi, che vive del sudore del duro lavoro di ogni giorno, che fa i conti Porbandar,Gujarat, Indiacon l’insensibilità di chi detiene ricchezza e potere e con l’imprevedibilità della natura.
Sono gli sguardi quelli che ti colpiscono dal primo istante, sguardi duri, sofferenti, pieni di fierezza anche in situazioni di povertà estrema o in luoghi devastati dalla furia della guerra. Sguardi che a tratti sembrano mostrare lampi di ironia, come se quegli uomini, quei ragazzi in posa irridessero per un attimo l’obiettivo del fotografo, lanciandogli una sorta di sfida. Quasi ogni immagine è autosufficiente, esaurisce da sola un mondo, va oltre i volti ritratti per narrare un intero popolo, una comunità, un insieme di tradizioni in luoghi dove non esiste il superfluo, spazi essenzialmente vuoti e il silenzio domina le giornate e i dialoghi.
Hunan Province, China Quello di McCurry è dunque un mondo a noi lontano, ma al quale non possiamo essere indifferenti, perché con le sue foto pone seri interrogativi sul nostro modo di essere e di vivere.
Già, perché le foto di McCurry sanno raccontare storie anche quando non rientrano in una sequenza. Ed è questa la loro forza, esaltata da una padronanza assoluta della tecnica e del linguaggio del colore, come pure da una straordinaria sensibilità.
Ed è un cammino ricco di suggestioni, affascinante, intenso, a tratti duro, comunque emozionante, persino commovente, soprattutto quando i protagonisti sono bambini, sia che giochino spensieratamente tra misere capanne di paglia e pozzanghere, sia che si guadagnino da vivere con attività dure e pericolose.

Bombay, India..Mandalay,Myanmar Burma..Mumbai, India..Lebanon, Beirut

Steve, sei nato con la vocazione di fare il fotografo?
No, ho cominciato a studiare fotografia soltanto all’università, dopo aver lavorato addirittura come cuoco nelle cucine d’Europa per mantenermi. I viaggi mi hanno fatto cambiare idea sulla mia voglia iniziale di fare il regista. Così ho cominciato ad appassionarmi e a lavorare nel campo della fotografia soltanto al College.

Sei stato in molte zone del mondo, posti segnati da conflitti e guerre. Ma qualche volta sembra quasi che tu sia più interessato alle persone e alla loro umanità piuttosto che agli eventi storici. È vero?
Si, è vero. Penso che sia proprio così. Spesso cerco di capire la gente, come vive, come sopravvive nelle situazioni di incertezza create dalla guerra, nel disastro disarmante. Mi piace pensare di poter in qualche modo aiutare queste persone a rendere visibile al mondo la situazione di precarietà e di dolore in cui si trovano.

Possiamo dire che Steve McCurry è un fotogiornalista con una speciale vocazione per il ritratto?
Io penso che mi si possa chiamare semplicemente “fotografo”, magari “fotografo-documentarista”. Certo mi piace molto fare dei ritratti alle persone, questo Burma,Myanmarè vero. Ma la fotografia non è solo il ritratto e a me piace qualsiasi inquadratura.

Il volto della bambina afghana è il suo capolavoro. La Mona Lisa del Novecento. Ci racconti com’è nata quella foto, come scoprì quel volto?
Nel 1984 ero in Afghanistan, in un campo profughi, e stavo visitando una scuola femminile. Vidi questa bambina, in un angolo, aveva degli occhi brillanti. Per lei era la prima volta che incontrava uno straniero, ed era la prima volta che veniva fotografata da qualcuno. Lei era orfana, rifugiata. Mi guardava in modo curioso, anche perché non riuscivo a parlare la sua lingua. Era una situazione in cui tanti elementi Polonnaruwa, Sri Lankadiversi si sono combinati tra loro. La sua espressione racchiude tutto il senso: lei era se stessa, aveva esattamente quello sguardo, non rideva, non piangeva, non si arrabbiava, era assolutamente se stessa. E’ una foto  impossibile da rifare. Semplice ma potente.

Come ottieni quella luce?
Credo che è semplicemente perché sono stato ad osservare la luce e a scattare fotografie per 25 anni. Mi sono sforzato di ottenere un certo tipo di fotografia e ho cercato un certo tipo di luce.

YemenQuanto tempo può passare da quando vedi un’inquadratura che ti piace e quando trovi la luce che consideri idonea?
Può essere in un instante, o puoi vedere e tornare il giorno successivo o il pomeriggio. Ma a volte succede molto in fretta, proprio in quel momento.

Quanto è difficile fotografare in luoghi come l’Afganistan, l’Iran o l’Iraq?
Penso che sia invece molto facile, spesso basta semplicemente chiedere, soprattutto per fotografare gli uomini o i bambini. Ma, come si può intuire, è meno Calcutta, Indiasemplice fotografare le donne. Le donne in questi luoghi vivono spesso in condizioni di sottomissione.

Come si può catturare l’anima di un luogo?
Questa è una bella domanda perché non ho proprio idea di quale possa essere la risposta. Non lo so, non so come si possa catturare l’anima di un posto (ride).

Shwedagon Pagoda,Yangon, Myanmar Burma..Kabul, Afghanistan..Chang Mai, Thailand..Ahmadi Oil Fields, Kuwait

Pensi che il fotogiornalismo possa giustificare anche mettere a rischio la propria vita?
Se devo esser sincero non lo penso, direi che la risposta è no.

Golden Rock, Kyaito, Myanmar BurmaQualcuno dice: “una foto può dire più di mille parole”. Tu pensi che una singola foto senza parole possa esser considerata fotogiornalismo?
Assolutamente si.

Tu usi sempre i colori. Perché sono così importanti per te?
È molto semplice, perché la vita non è in bianco e nero. La realtà è colorata e a me piace rappresentarla così come la vedo. Non so voi, ma io la vedo a colori (ride), le cose hanno un’anima colorata.

Di tutte le foto che hai scattato, quale ti tieni?
Women Windstorm, RajasthanMi piace la foto della tormenta di sabbia, perché è molto spontanea. È come un dramma, con tutte quelle donne insieme che si proteggono dalla tormenta. Sì, è la mia immagine preferita.

Intuizione – Metodo – Fortuna. Puoi metterli nel tuo ordine di importanza?
Direi Intuizione – Metodo – Fortuna.
Ogni foto è prima di tutto intuizione, secondo me. Qualcuno la chiama ispirazione, quell’attesa del momento da immortalare.

Myanmar BurmaLe tue foto sono “puro reportage”? Voglio dire, generalmente le scatti istintivamente o le pianifichi?
Istintivamente. Non puoi reagire alla persona o a quello che hai di fronte a te. Spesso non ti aspetta, quindi devi scattare istintivamente, ma con metodo, a proposito di quello che dicevamo prima. La vita è di fronte alla tua macchina fotografica e non la puoi pianificare. Si fanno scoperte ogni giorno ed è davvero questo, secondo me, ciò che di più divertente c’è nella fotografia. Qualche volta è possibile con i ritratti, ma quelli fatti d’istinto sono sempre più naturali e, oserei dire, reali.

Qual è la tua Italia?
Sicily, ItalySi potrebbe cominciare a parlare della bellezza dell’Italia, ma non vorrei che suonasse come un cliché. L’Italia è probabilmente il paese dove il senso della bellezza è più evidente, perché tutto qui sembra un pezzo d’arte. Io non ho cercato la bellezza canonica, da cartolina. Ci sono luoghi fotografati milioni di volte, la grande sfida è stata quella di cercare di mostrare qualcosa di nuovo su luoghi bellissimi.

Per esempio?
Il cimitero del Verano a Roma. Ho camminato ore e ore in questo luogo. La sua bellezza è frutto di una combinazione di più elementi. Offre un’esperienza emotiva molto forte. Si percepisce una sorta di profonda tristezza, ma allo stesso tempo emana una suggestiva bellezza che commuove. E’ un luogo che vive Sicily, Italydi questo paradosso. Ne ha visitati tantissimi di cimiteri da ma questo è il più interessante del mondo. Mi ha affascinato come esperienza umana, non tanto come attrazione turistica. Venezia è una gemma, un concentrato di arte. Della Sicilia mi ha colpito molto la passione. Soprattutto nelle tradizioni religiose, nelle processioni per le festività di Pasqua. E sono rimasto colpito da come la forza delle tradizioni si senta anche nei luoghi più nascosti, nei paesini agli angoli dell’Italia.

C’è qualcosa che ricordi con più forza, che ti ha colpito di più?
Sicily, ItalyCi sono tanti episodi, mi viene in mente una processione a Trapani, molto intensa.

Credi che arriverà il giorno in cui scatti una fotografia che non potrai mai superare?
No, perché la vita cambia e esplori sempre posti nuovi, e quando vai lì continui ad imparare. Credo che sia buono non smettere di guardare e osservare.

Nepal..Kerala, India..Allahabad, India..Jodhpur, India


2 Risposte a“Steve McCurry, il mondo a colori.”

  1. Bellissimo articolo, grazie giuseppe! 🙂

  2. steve senza limiti…un grande

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