Margaret Bourke-White “Maggie cara”

“Ad Algeri ebbi modo di incontrare il Generale Doolittle, il quale mi accolse con un “Maggie cara, hai ancora voglia di partecipare ad un bombardamento?”, dopo un minuto telefonò al 97° bombardieri e mi comunicò che avrei partecipato a una delle missioni dirette dal Colonnello Atkinsons. Una volta che mi fui ripulita, un aereo mi portò in un oasi segreta nel Sahara, ribattezzata il “Giardino di Allah”. Il tempo di arrivare in quest’oasi e fummo colpiti da una bomba sganciata da un aereo tedesco. Vedere la svastica risaltare contro l’azzurro del cielo mi inquietò non poco.  Era il 22 gennaio 1943, e il bersaglio da colpire era El Aounia, vicino Tunisi, una base aerea coinvolta nel trasporto delle truppe tedesche in Sicilia. Iniziai a scattare le foto, mentre bombardavamo Bizerta. Continuai presa dall’eccitazione del momento. Ad un tratto dal finestrino scorsi dei lampi e delle colonne di fumo provenire dal basso. Avevamo colpito il nostro obiettivo. La missione aveva avuto successo, io avevo i miei scatti. Lasciai il giardino di Allah. A New York Life preparava il numero in mio onore: Bourke-White, inviata di Life, partecipa a un bombardamento. Ma l’unica foto non censurata dal Pentagono era troppo piccola per essere utilizzata.”

Margaret Bourke-White nella sua carriera ha letteralmente affrontato fuoco e fiamme per realizzare i suoi lavori, ogni nuova possibilità è una sfida per lei. Le sue foto sono interpretazioni rivoluzionarie della vita: visioni distorte o molto  Margaret Bourke-Withe, 1934ravvicinate, ritratti frontali, diretti, inquadrature robuste e ombre marcate. Una donna fotografa che è sempre stata padrona di se stessa e di tutto quello che realizzava.  Nella sua carriera ha ricevuto in vita diverse onorificenze tra le più importanti vi sono: Dottorato Honoris Causa presso la Rutgers University nel 1948 e Dottorato Honoris Causa presso l’Università del Michigan nel 1951, ed anche dei remi come l’Achievement Award US Camera nel 1963 e l’Honor Roll American Society of Magazine Photographers nel 1964.
Nasce il 14 giugno del 1904 a New York ma si trasferisce presto nel New Jersey. Il padre, un ingegnere che progettava macchine per la stampa tipografica, trasmette alla figlia l’amore appassionato per le macchine, nonché il bisogno di misurarsi con la tecnologia e di superarla.
Poco dopo l’ingresso alla Columbia University nel 1921, il padre muore d’infarto, lasciando così poco alla famiglia che gli studi di Margaret sono pagati da alcuni amici. Poco più che ventenne, dopo un breve e burrascoso matrimonio, scopre la sua vocazione: la fotografia. Capisce che realizzare e duplicare scorci pittoreschi del campus di Cornell può diventare un’attività redditizia e creativa, e comincia a farlo professionalmente. Frequenta inoltre un corso alla Clarence H. White School of Photography, allora collegata alla Columbia. E’ l’inizio di una lunga carriera, unica donna in un mondo di uomini.
“La fotografia non dovrebbe essere un campo di contesa fra uomini e donne. In quanto donna è forse più difficile ottenere la confidenza della gente e forse talvolta gioca un ruolo negativo una certa forma di gelosia; ma quando raggiungi un certo livello di professionalità non è più una questione di essere uomo o donna”
  

         Tractor-Factory, Stalingrado, Russia, 1930   Stalingrado, Russia, 1931   Magnitogorsk, Russia, 1931   Primo numero della rivista Life, 1936   Highlands,Tennessee, USA, 1937   Hamilton, Alabama, USA, 1937   New York City, USA, 1939

Si trasferisce a Cleveland e il successo arriva ben presto grazie alla determinazione, alla voglia di esplorare nuovi spazi e nuove tecniche. Per le sue foto si arrampicava sui ponteggi traballanti, così vicino alle grandi colate di metallo fuso da rischiare di fondere i filtri dell’obiettivo realizzando immagini inconsuete, drammatiche e ricche di poesia. Nel giro di sei mesi ottiene uno studio nel più nuovo e prestigioso edificio della città, la Terminal Tower.
“In quel periodo lo Studio Bourke-White era un nome sulla carta da lettere e una pila di spirali nel lavello della cucina. Facevo i miei sviluppi nell’angolo di cottura e il lavaggio in bagno: il salone serviva come luogo di ricevimento dopo aver fatto rientrare il letto a scomparsa”.

Nel 1929 si compie la svolta professionale. Conosce Henry Luce, caporedattore di Time, che la invita a trasferirsi a New York per collaborare alla fondazione di nuova rivista illustrata: Fortune.
“Era proprio il ruolo che secondo me avrebbe dovuto svolgere la fotografia, ma a un livello anche più alto di quanto avessi potuto immaginare”.

Margaret comincia a guardarsi intorno, a voler uscire dalla sua nazione. Grazie a Fortune sempre nel 1930 parte per fotografare le industrie tedesche che si stavano risollevando dalle macerie della Prima Guerra Mondiale, ma il viaggio le serve anche per aprirsi un varco verso la Russia.
Gli anni della Depressione segnano una nuova svolta. Conosce lo scrittore Erskine Caldwell, che presto diventerà suo marito (ma solo per poco), e insieme a lui percorre il continente sud americano segnato dalla siccità e dalla povertà. Dal loro sodalizio nasce il libro You Have Seen Their Faces (1937). Per lei significa scoprire un fatto nuovo, nella vita e nella fotografia: il valore del fattore umano e sociale.

  Colonia, Germania,1945   Appennini, Italia, 1945   Essen, Germania, 1945   Francoforte, Germania, 1945   Norimberga, Germania, 1945

Ma il successo naturalmente non si arresta. Luce la chiama nuovamente a New York, questa volta per partecipare alla nascita della rivista che più di ogni altra deciderà il gusto e lo stile fotografico degli Stati Uniti, Life. Sua sarà la prima copertina, nel 1936, suoi saranno tanti reportage pubblicati. Continua a viaggiare. È instancabile, niente sembra abbastanza per lei. Vola in aereo e fa riprese straordinarie. Nel 1941 è per la seconda volta, con Caldwell, a Mosca. I suoi movimenti sono strettamente sorvegliati e fotografa soprattutto la vita cittadina. Non di meno riesce ad inviare uno scoop alla redazione: in Unione Sovietica non vige l’ateismo. Un servizio di 12 pagine che servì a Life per presentare l’URSS non più come il pericolo rosso, ma come possibile alleato antinazista. Le sue fotografie mostrano una chiesa ortodossa ed una protestante nel centro di Mosca. Riesce anche a ritrarre Stalin sorridente e bonario.
“Era più basso di me. Aveva i tratti somatici tipici delle popolazioni mongoli, la pelle del viso butterata ed era l’unico in tutto il quartiere generale a non avere medaglie che gli decorassero la divisa.
Al momento dello scatto rimasi impietrita, Stalin non sembrava aiutarmi in nessun modo fino a che, mentre provavo a scattargli una foto dal basso, delle lampadine mi scivolarono dalla tasca del vestito rotolando sul pavimento. Nel vedere questa scena, iniziò a ridere, e il suo viso si trasformò. Quel breve attimo fu abbastanza lungo da permettermi di effettuare due scatti, di colpo il suo viso si richiuse e tornò ad essere l’uomo più freddo e spietato mai visto nella mia vita”
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Il 19 luglio dello stesso anno, i tedeschi sferrano il loro primo attacco aereo sulla capitale sovietica e Margharet è l’unico fotografo straniero in città. Nel tetto dell’ambasciata americana posiziona cinque apparecchi con lunghi tempi di posa riprendendo così il bombardamento notturno e i tracciati luminosi dei bengala. Le sue foto furono presentate da Life con grande sensazionalismo.
“Avevo davanti a me uno scoop da realizzare: il paese più grande del mondo entra nella guerra più grande del mondo, proprio quando io, unica rappresentante della stampa estera, sono sul posto.”

  Raid aereo, Mosca, URSS, 1941   Stalin, Mosca, URSS, 1941   Napoli, Italia, 1943   Colonia, Germania, 1945   Santa messa, Colonia, Germania, 1945   Campo di concentramento di Erla, Germania, 1945

Riceve quindi l’accredito al pool fotografico dell’esercito, viene disegnata appositamente per lei un’uniforme che ha sulle mostrine la sigla WC (sic!) cioè: war corrispondent e viene mandata in prima linea.
“Apprezzai col tempo la vita in trincea, lavarmi con l’elmetto e vivere come una zingara dormendo ovunque senza l’utilizzo di una branda”

Sicuramente Margaret Bourke-White in guerra ha dato il meglio di sé sia come donna sia come fotografa. Il suo obiettivo si ferma sui campi di battaglia, sui momenti di riposo, gli ospedali da campo, i bombardamenti. Fotografa il nord Africa, la lenta risalita dell’Italia diventata un fronte secondario dopo lo sbarco in Normandia; e soprattutto con la sua pellicola ferma i tragici momenti dell’arrivo degli americani guidati dal generale Patton nel campo di sterminio di Buchenwald appena liberato. Le immagini dei volti increduli oltre il filo spinato, dei forni crematori, delle baracche dei lager non sono semplicemente fotografia, ma documenti storici di enorme valore.
“Ero con la terza armata del Generale Patton quando raggiungemmo Buchenwald, nei dintorni di Weimar. Patton fu così scosso da quello che vide che ordinò alla sua polizia di raccogliere un migliaio di civili tedeschi perché vedessero con i propri occhi quello che i loro leader avevano fatto. La polizia militare ne portò duemila. Fu la prima volta che sentii le parole che sarebbero poi state ripetute migliaia di volte: <Non sapevamo. Non sapevamo>. Ma sapevano in realtà. Fu quasi un sollievo poter usare la macchina fotografica: interponeva una sottile barriera fra me e l’orrore che avevo davanti agli occhi … r
egistrare ora, riflettere poi; la storia giudicherà“.

  Campo di concentramento di Buchenwald, Germania, 1945   Campo di concentramento di Buchenwald, Germania, 1945   Campo di concentramento di Buchenwald, Germania, 1945   Campo di concentramento di Buchenwald, Germania, 1945   Campo di concentramento di Buchenwald, Germania, 1945

Nel 1946 è in India, dove documenta, per conto di Life la lotta di liberazione degli indiani, intervista e fotografa Ghandi solo poche ore prima che venga ucciso.
Nel ritratto del Mahatma Gandhi, sottolinea il significato dell’arcolaio, simbolo dell’indipendenza indiana, collocandolo in primo piano e facendone l’elemento dominante.
Nel 1950 vola in Sudafrica, dove il nuovo governo conservatore e la politica dell’apartheid attirano la sua attenzione. Scendere in una miniera d’oro fino a 2 miglia sottoterra per fotografare una coppia di minatori distrutti dal terribile calore: un ritratto di grande nobiltà, un’icona dell’ingiustizia e la sua foto preferita.
Quando scoppia la guerra in Corea, Margaret parte di nuovo in assignment per Life. Al suo arrivo, l’armistizio è già stato firmato ma il suo istinto di fotografa le permette di individuare la storia ancora non raccontata della guerriglia fra le forze sud coreane e i simpatizzanti comunisti, lasciati al di sotto della zona demilitarizzata.
E’ all’incirca in questo periodo che comincia a soffrire di paralisi agli arti e rigidità alle dita, finché, nel 1957, è costretta a rassegnarsi: in quell’anno firma il suo ultimo lavoro per Life. Stenta a maneggiare la macchina fotografica e barcolla quando si alza troppo rapidamente; è il morbo di Parkinson.
Dopo una caduta nella sua casa di Darien, nel Connecticut, muore il 27 agosto 1971, all’età di 67 anni.
“Sono sempre stata contenta delle scelte che ho fatto. Una donna che vive una vita vagabonda deve essere capace di affrontare la solitudine, deve avere una stabilità emotiva, una cosa molto più importante della stabilità economica. Se sai di poter contare su di te, la vita può essere molto ricca, anche se questo richiede una grande disciplina. Non devi fare richieste, gli altri devono avere il diritto alla libertà pari al tuo. Devi essere capace di affrontare le delusioni con generosità: sei tu che fai le regole e se le segui sarai ricompensato”.

Johannesburg, Sud Africa, 1950  Mohandas Mahatma Gandhi, India, 1946  Funerali di Gandhi, Nuova Delhi, India 1948  Migrazione di massa, Punjab (confine fra India e Pakistan), 1947  Bombay (Mumbai), India 1946  Sudafrica, 1950


Una risposta a“Margaret Bourke-White “Maggie cara””

  1. Grazie Giuseppe.

    Margaret Bourke-White, praticamente un “Man Ray” al femmiline.

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