Henri Cartier-Bresson “Il momento decisivo”

Henri Cartier-Bresson“Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. E’ riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo, un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere”

Ci vuole fortuna, per diventare dei geni. Talento, certo, ma anche tanta, tanta fortuna. La fortuna di ritrovarsi tra le Behind The Gare Saint Lazare, Paris, 1932mani una vita da poter dedicare completamente, fin dalla prima giovinezza, alle proprie passioni; la fortuna di crescere a pane e poesia; la fortuna di avere le spalle coperte da una famiglia dell’alta borghesia, che garantisca una rendita da consumare seduti ad un caffè parigino a ragionare d’arte e di sogni con le menti più illuminate di Francia, o vagabondando per il mondo con il naso per aria e una macchina fotografica incollata allo sguardo; la fortuna, in due parole, di nascere Henri Cartier-Bresson.
Shanghai, 1949Un uomo divenuto famoso per il suo saper cogliere di sorpresa la vita da dietro un mirino, quando, di solito, accade l’esatto contrario. Fu un uomo a cui la vita fece un dono dei più rari: avere tempo, denaro e spensieratezza sufficienti per provare a diventare un mito. A lui va il merito, innegabile, di esserci riuscito alla grande.
Nacque il 22agosto 1908 a Chanteloup-en-Brie a pochi chilometri da Parigi, da una famiglia alto borghese con la passione delle arti che lui stesso descrive come: “Socialisti cattolici”.
Fish Market, Galata, Istanbul, 1964Dopo i primi studi a Parigi in un istituto cattolico, grazie all’influenza dello zio Luis inizia a interessarsi di pittura. Frequenta una scuola d’arte privata la Lothe Academy dello scultore e pittore cubista André Lhote che ricorderà come: “ Il primo maestro di fotografia senza macchina fotografica”.
Mentre studiava con Lothe, cominciò a socializzare con i surrealisti al Café Cyrano, in Place Blanche. Incontrò molti dei protagonisti del movimento, ed era particolarmente attratto dalle teorie sul subconscio e sull’immediatezza del Brussels, 1932lavoro/azione. Durante questo periodo lesse: Dostoevskij, Schopenhauer, Rimbaud, Nietzsche, Freud, Marx, Engel …
Spiega Peter Galassi: ” I surrealisti approcciarono la fotografia con l’enorme appetito per il solito ma anche per l’insolito che li contraddistingueva. Riconobbero nella fotografia una qualità essenziale che era stata esclusa dalle teorie precedenti dl realismo. Si accorsero che le fotografie, specialmente quando sradicate dalle loro funzioni pratiche, contengono una quantità di significati sia nascosti che visibili”. Calle Cuauhtemoctzin, Citta del Messico, 1934-35
Completati gli studi di pittura e filosofia all’università di Cambridge, agli inizi degli anni trenta compra una Leica 35 mm, ed ebbe così inizio una delle collaborazioni più fruttuose tra uomo e macchina nella storia della fotografia. Un mondo nuovo, un nuovo tipo di vedere, spontaneo e imprevedibile, aperta a lui attraverso il rettangolo stretto del mirino 35 mm che ebbe modo di descrivere come un’estensione dei suoi occhi: “L’avventuriero che è in me si sentì obbligato a testimoniare con uno strumento più immediato di un pennello le ferite del mondo”. Srinagar, Kashmir, 1948
La Leica gli aprì nuove strade e nuove possibilità per la fotografia; la possibilità di catturare il mondo esattamente com’era. Anzi, esattamente come in quel momento si stava trasformando, “Andavo in strada tutto il giorno, ansioso di attaccare la vita, di catturarla”.  Era piuttosto irrequieto, girò l’Europa fotografando e le sue foto furono esposte a New York, Madrid e in Messico con Manuel Alvarez Bravo. Nello stesso 1934, incontrò un giovane intellettuale polacco, un fotografo di nome David Salamanca, Spain, 1963Seymour. Culturalmente, i due avevano molto in comune. Attraverso David, Henri incontrò un altro fotografo, questa volta un ungherese, che si chiamava Robert Capa. I tre divisero uno studio negli anni ’30 e Capa ebbe un notevole influsso su Henri: “Non attaccarti addosso l’etichetta di fotografo surrealista. Sii un fotogiornalista, altrimenti diventerai un fotografo di maniera. Tieni il surrealismo nel tuo cuore. Non devi mai stare fermo. Muoviti!”.
Tornato in Francia, cominciò a lavorare con il famoso regista francese Jean Renoir, recitò in un paio di film del regista Shanghai, China, 1949e lavorò come secondo assistente. Renoir gli diede la possibilità di recitare in modo che il fotografo si rendesse conto come si stava “dall’altra parte dell’obiettivo”. Dal canto suo, Cartier-Bresson aiutò Renoir a fare un film per il partito comunista francese su 200 famiglie, inclusa la sua, che erano emigrate dalla Francia. Ebbe modo di collaborare anche con André Zvoboda, Jacques Becker e Herbert Kline.
Tra il ’37 e il ’39 lavorò per il quotidiano comunista Ce Soir, come Chim e Capa, fu un uomo di sinistra, ma non si iscrisse mai al Partito Comunista Francese.
Cordoba, Spain, 1933Quando, nel settembre del ’39, scoppiò la seconda guerra mondiale, si arruolò come caporale nell’unità dell’esercito che si occupava di Film e fotografia. Durante la Battaglia di Francia, fu catturato dai tedeschi. Passò trentacinque mesi in prigionia – perlopiù ai lavori forzati -, dopo il terzo tentativo di fuga riuscì nell’intento e partecipò alla Resistenza e alla liberazione.
Nel 1943 ritrovò la sua adorata Leica, che aveva sepolto vicino un campo prima della cattura.
Nella primavera del 1947 insieme a: Robert Capa, David Seymour e George Rodger fondò l’Agenzia Magnum. L’idea fu Hyères, France, 1932di Capa e la Magnum divenne subito una cooperativa. Il team di fotografi divise i compiti e i reportage tra i membri, a Henry furono assegnate India e Cina e per le sue opere ricevette riconoscimenti internazionali.
La missione della Magnum era quella di “tastare il polso” dei tempi e alcuni dei primi progetti dell’agenzia furono, ad esempio: La gente vive ovunque, Gioventù del mondo, Donne del mondo e La generazione dei bambini. Scopo della Magnum era usare la fotografia al servizio dell’umanità. Valencia, Spain,1933
Nel 1952 viene pubblicato “Images à la sauvette”, un libro che contiene il termine il momento decisivo, da allora sinonimo di  Cartier-Bresson: “In fotografia, la più piccola cosa può essere un grande soggetto, Il piccolo dettaglio umano può diventare un leitmotiv … e riconoscere un fatto in una frazione di secondo e saper organizzare rigorosamente le forme che quel fatto esprime e ciò che esse significano”.
Poi, in un’intervista del 1957 al Washington Post, aggiunge: “Fare fotografie non è come dipingere.  Alicante, Spain, 1933Quando stai scattando hai una frazione di secondo per essere creativo. Il tuo occhio deve cogliere la composizione o l’espressione che la vita ti offre in quel momento, e devi sapere quando fare click. E’ in quel preciso istante che il fotografo diventa creativo… Il momento. Una volta che lo hai perso, se n’è andato per sempre”.
Egli rivela nelle situazioni che gli interessano una sensibilità che gli consente di trovarsi al momento giusto nel posto giusto e di scattare quando la situazione raggiunge l’apice, riuscendo a strappare alla Monastero Dos Jeronimos, Belém, Lisbona, Portogallo, 1955fugacità un frammento di realtà, a gabbare, per così dire, il tempo. La concezione di Cartier-Bresson si fonda sull’assunto che la fotografia è in grado di riprodurre fedelmente la realtà e che in essa si nasconde la possibilità della verità. Il suo modo di fare fotografia è possibile soltanto a partire da questo presupposto, perché il momento di cui egli parla, quello «decisivo», è tale soltanto in base alla situazione vissuta e richiede quindi un rapporto diretto con la realtà per poter essere inteso come tale. In questo senso è stato un acuto osservatore, un uomo dall’occhio sapiente, che sa Ahmadabad, India, 1966che cosa vuole e che cosa gli interessa.
La maggior parte della sua fotografia è una raccolta di questi piccoli dettagli umani, le immagini in questione con un significato universale e suggestione. Ha vissuto in un mondo infestato dove i fatti mondani, un riflesso in una pozzanghera di fango, un’immagine col gesso su un muro, l’inclinazione di una figura vestita di nero contro la nebbia, irradiano significato al tempo stesso familiare e solo a metà consapevolmente afferrato. La sua era un’anti-romantica poesia della visione, che trova la bellezza in “leNazare, Portugal, 1955 cose come sono”, nella realtà del qui e ora.
Lavorò solo ed esclusivamente con una Leica 35mm a telemetro spesso avvolgendola con un nastro nero per renderla ancora meno visibile. Non fotografò mai con il flash – considerato un’oscenità – “E’ come andare ad un concerto con una pistola in mano”.  Credeva nella composizione delle sue fotografie nel mirino della Leica, fece stampare tutte le sue foto in full-frame e completamente senza nessun taglio o altre manipolazioni. Enfatizzò tutto ciò includendo nella stampa il primo millimetro non esposto Valencia, Spain, 1933intorno  all’immagine. Questo, ovviamente, una volta stampato appariva come una piccolissima cornice nera. Lavorò esclusivamente in  bianco e nero, con fedeltà assoluta a una frase di Delacroix che recita: “La vera, grande arte consiste nel colorare con i grigi”; Non gli piaceva sviluppare o stampare da solo i suoi scatti, disse: “Non sono mai stato interessato ai processi chimici della fotografia. Mai, mai. Forse solo all’inizio. La fotografia è un mezzo verso un fine”.
Insieme a Walker Evans, Brassai e alcuni altri grandi talenti sdoganò il fotogiornalismo, facendolo diventare un’arte.
Nel 1968 si allontanò dalla fotografia e tornò alle sue vecchie passioni, il disegno e la pittura.
Due anni prima si era ritirato dalla Magnum, cui comunque lasciò l’esclusiva per la distribuzione delle sue fotografie, per concentrarsi su ritratti e paesaggi.
Dopo aver cercato per tutta la vita di sviluppare la sua visione dell’arte attraverso la fotografia, ebbe a dire: “Tutto ciò che mi interessa in questo momento è dipingere. La fotografia non è mai stata altro che una strada per la pittura, una specie di ‘disegno immediato’”.
Morì a Montjustin, in Provenza, il 3 agosto del 2004.

 

 


Una risposta a“Henri Cartier-Bresson “Il momento decisivo””

  1. Un bell articolo, bravo Giuseppe.

    Tra l ‘altro una frase di Henri Cartier che mi piace molto é: “Osservare lì dove gli altri sanno solo vedere”

    Era un grande.

     

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