Ferdinando Scianna “Autoritratto di un fotografo”


<< Il mondo, la vita, le persone mi appassionano. Li fotografo per cercare di conoscerli, per conoscermi, per esprimere i pensieri, i sentimenti, le emozioni che mi suscitano. Per conservare una traccia. Per me la fotografia è racconto e memoria. >>

Con questa frase, posta nel retro copertina del libro “Autoritratto di un fotografo” edito da Bruno Mondadori, l’autore Ferdinando Scianna ci introduce nell’affascinante autoritratto di un grande protagonista della fotografia italiana e internazionale. E lo fa in un dibattito all’interno della manifestazione ETNAFEST 2011 “Dentro la memoria, oltre la forma”, insieme alla prof. Maria Rizzarelli e il contributo del critico fotografico, l’avv. Pippo Pappalardo.
Di seguito i punti salienti dell’intervento del maestro Ferdinando Scianna.

<<Penso che la mia fotografia abbia dato qualcosa alla Sicilia, diciamo che io ho contribuito insieme ad altri fotografi, ma anche ad altre persone che l’hanno raccontata, soprattutto a tutti i siciliani che l’hanno vissuta, anche quelli che sono andati a morire a Marcinelle e che hanno dovuto lasciare questo paese per sopravvivere. Io non sono fuggito dalla miseria, sono andato alla ricerca di un’avventura che allora non si poteva fare in Sicilia, diciamo che ho contribuito a raccontare la Sicilia e il mio essere siciliano attraverso le fotografie, che hanno anche un significato probabilmente storico a distanza di quasi mezzo secolo.>>

<<Dire memoria è dire fotografia, le interazioni tra la memoria e la scrittura, tra la memoria e la parola non sono più da indagare oppure saranno eternamente da indagare.
Io sostengo che l’irruzione della fotografia nel paesaggio culturale della modernità occidentale, abbia introdotto un elemento determinante, capitale, perché la fotografia essendo quella rivoluzione copernicana che conosciamo, per cui non si trattava per la prima volta nella storia dell’umanità di immagini fatte, ma di immagini ricevute anche se la cosa è assai ambigua.
Tutti i miei titoli e tutte le mie riflessioni intorno alla fotografia sono sempre accompagnati da titoli ossimorici, il mio primo libro sulla fotografia si chiama “Obiettivo ambiguo”, giocando sulla parola obiettivo e sull’ambiguità dell’aggettivo, ho parlato di “Forme del caos”, ho parlato di rapporti tra la razionalità e l’emozione, però certo è che quando si parla di grano di vita si parla di fotografia.
La fotografia è un’immagine quindi noi la possiamo guardare in quanto tale e la tradizione delle immagini precede di millenni quella della fotografia.
La novità della fotografia – essendo appunto in questo suo essere comunque irrimediabilmente e inequivocabilmente un piccolo strappo di un istante di vita – guardarla come sub – specie dell’immagine è togliergli la sua essenzialità, il suo ubi consistam, la possiamo guardare in mille maniere, ma questo comunque inevitabilmente si porta dietro.>>

<<Io ho fatto il fotografo per cinquant’anni, ad un certo punto mi hanno anche chiesto di raccontarla questa storia e in fondo non faccio altro da parecchio tempo. Perché se uno ha un po’ di fortuna nel proprio mestiere, gli si chiede poi di raccontarla la vicenda che l’ha portato a questa fortuna. E quindi è l’ennesimo apporto di questo bizzarro narcisistico autoritratto che uno compone facendo il proprio lavoro, ma anche parlando di com’è successo di dove nascono le cose, come si sono sviluppate, anche quelle in maniera arbitraria.
Le fotografie sono inoppugnabili e nello stesso tempo ambigue.
Bufalino ci ha fatto capire che per quanto mute si riesce perfino a farle parlare, però le parla chi le guarda, in un certo senso contengono il testo dei guardanti come contengono il testo del fotografo che le ha fatte. Tutte le immagini contengono un testo, le fotografie forse più delle altre perché non solo della loro forma ci parlano, ma di quell’istante di vita e quindi di morte che implicano.>>

<< Dire fotografia è dire memoria è quasi un pleonasmo, insomma è la stessa cosa.
Io ho messo come chiusura di un libro che con la memoria ha a che fare in maniera determinante che è il mio “Quelli di Bagheria”, nel quale dicevo che dopo quarantacinque anni di mestiere ero arrivato alla conclusione che la massima ambizione per una fotografia è finire in un album di famiglia, perché appunto in nessun luogo mai noi guardiamo le immagini con tutta quella intensità come quando noi guardiamo nel nostro album di famiglia. Quando si parla di album di famiglia, non intendo parlare dell’album di famiglia di ciascuno di noi, perché poi ci sono tante fotografie che finiscono di diventare l’album di famiglia di un’intera generazione, di un paese, immagini che ne definiscono l’identità psicologica, culturale, etica. Fa parte penso del nostro album di famiglia la bambina che fugge dal napalm in Vietnam, come la gonna di Marilyn Monroe che si solleva al vento della metropolitana.
Io personalmente guardo le fotografie di Ava Gardner come se fosse la mia fidanzata e, infatti, non la dimenticherò mai perché è stata la prima di cui mi sono innamorato. Quindi diciamo che la memoria è anche immaginazione, del resto immaginare vuol dire mettere per immagini.
La magnifica frase dell’amico scrittore Federico Campbell <<ricordare è lo stesso che immaginare>> sviluppa in termini soprattutto di relazione con la letteratura, anche alcune delle cose che sono state acquisite dalle neuro – scienze.
Quindi il ricordo, la memoria, l’immaginazione sono un grande impasto che fa parte della nostra maniera di essere uomini, di vivere, scambiarci, tramandarci e comunicarci le nostre esperienze.>>

<< Anche quando ero consapevole del fatto che la mia fotografia aveva un’istanza di carattere letterario, e che quindi ambiva al racconto, nel fare fotografie la pratica era in vece Bressoniana. Cioè tu deambuli del mondo, al massimo scegli l’ambito nel quale lo devi fare, e questo può avvenire anche di là dall’unità tempo e di luogo, e può avvenire nella più totale inconsapevolezza della destinazione. Quindi Il mio fare fotografie è contemporaneamente Bressoniano e letterario nel senso che sono un incontro tra il caso e la necessità.
Tu le fotografie non le fai, reagisci ad un’immagine, c’è un’immagine che s’impone al tuo apprendistato di fotografo, per cui tu reagisci a questa emozione e fai la foto.>>

Di seguito alcuni aforismi suoi e di altri tratti dal libro e citati dalla prof. Maria Rizzarelli.

– Essere siciliani e andar via dalla Sicilia è stato per secoli la stessa cosa.

– Dalla Sicilia non si va via si fugge a gambe levate.

– Io dico che il sole mi appassiona perché fa ombra. Costruisco le immagini a partire dall’ombra.

– Un fotografo è uno che ammazza i vivi e resuscita i morti.

– Spesso nelle processioni, ci sono oggi più fotografi e cineoperatori che fedeli.

– Magnum è un gruppo del quale moltissimi fotografi vorrebbero far parte, quelli che ne fanno parte continuano a domandarsi   perché.

– Io amo toreare con il caso.

– La materia prima della fotografia è il caso.

– La fotografia non è arte? Peggio per l’arte. La fotografia è arte? Peggio per la fotografia.

– Le fotografie mostrano non dimostrano.

– Le fotografie si fanno con i piedi.

– Si può fotografare la morte? Si, se si mette in posa.


3 Risposte a“Ferdinando Scianna “Autoritratto di un fotografo””

  1. Bell’articolo! complimenti! 😉

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